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venerdì 27 settembre 2019

La Scuola Salimpour: non è ciò che pensi.


La Scuola Salimpour: non è ciò che pensi.
Traduzione dell’articolo di Abygail Keyes “The Salimpour School: is not what you think” 

La Scuola Salimpour esiste da molto tempo. Di fatto dal 1949. Durante questo periodo abbiamo dato vita a molta storia, formato molti danzatori/danzatrici, e … ispirato molte chiacchiere, mezze verità e veri e propri malintesi.

Davvero la fuori ci sono molti, ehm, punti di vista interessanti riguardo la Scuola Salimpour: chi siamo, cosa facciamo e cosa insegniamo. Io ho studiato (in questa scuola) per più di dieci anni, e non spenderei migliaia di dollari e ore per un programma in cui non credo, con un mentore che non creda in me, e che non abbia una vita di esperienza e conoscenza.

Grazie ad un fenomeno cognitivo chiamato “Anchoring” è difficile cambiare la prima impressione che si ha di qualcosa: una persona, un posto, un’istituzione. Il nostro cervello effettivamente è influenzato dalla prima cosa che sentiamo, a prescindere dal fatto che, più tardi, sentiremo informazioni più vere o più affidabili, che contrastano con le prime. 

Quindi, se tu non fai parte della scuola, o hai appena iniziato il tuo percorso di certificazione, ecco le 5 cose più importanti riguardo la scuola che io (e noi) vorremmo tu sapessi. Pregiudizio “Anchoring” o no.

1) In realtà siamo molto simpatiche.
Qualsiasi istituzione che incoraggi il duro lavoro, la competenza e l’eccellenza rischia di essere etichettata come “snob” “elitaria” ed “arrogante”. Basta guardare quante persone guardino alle università della Ivy League o ai loro professori come a “torri d’avorio”. Grazie a qualcosa chiamato “negativity bias” sarà più probabile che tu tenda a ricordare le cose negative che senti riguardo un’organizzazione, istituzione o persona, che alle cose positive. Grazie, cervello.

Tuttavia negli ultimi tre anni quando abbiamo tenuto i nostri “summer intensive” l’amore in sala è stato palpabile.

Le danzatrici e i danzatori, a prescindere dal livello di certificazione, sono sempre stati di supporto, generosi e umili. Non ho sentito un insulto, un commento cattivo o il tentativo di mortificare l’altro. Quando le danzatrici e i danzatori tornano alla “Mothership” per formarsi, non stanno solo lavorando sulla propria danza, stanno anche contribuendo a costruire una comunità mondiale.

Personalmente in qualità di istruttrice, io faccio sempre uno sforzo - nonostante il mio sentirmi impacciata, i miei passi falsi sociali e la mia generale tendenza ad essere una “professoressa persa nei miei pensieri” - per far sì che ogni uno si senta benvenuto, indipendentemente dalla sua abilità o esperienza. So che la mia collega istruttrice Parya fa lo stesso. Suhaila ha creato la sua scuola perché fosse uno spazio sicuro per le danzatrici/danzatori dove imparare, crescere e allenarsi.

La sala di danza dovrebbe sempre essere un posto dove gli studenti possano sperimentare, fare errori ed essere vulnerabili. In effetti la vulnerabilità è un elemento chiave in ciò che impariamo nel Suhaila Format Level 3. Se non riusciamo ad essere aperti e a fidarci dei nostri corpi, come possiamo lasciare che la musica ci ispiri o ci guidi?

2) Non siamo una scuola di tribal style.
In continuazione, in gruppi di facebook ma non solo, sento persone che non hanno mai messo piede nella nostra sala (di danza n.d.t.), affermare che nella Scuola Salimpour si studia solo tribal.
Allerta spoiler: Non è vero. 

Si, è vero che la tribal style bellydance come la conosciamo oggi, non esisterebbe senza Bal Anat di Jamila Salimpour. Ma Jamila non voleva creare un nuovo genere o stile di bellydance. Le danzatrici che si esibivano alla Reinassance Faire tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, erano le stesse danzatrici che si esibivano nei nightclub Medio Orientali di San Francisco.  I costumi, la sede e la presentazione in Bal Anat erano diverse, ma non era uno “stile” diverso. E sebbene essa stessa apprezzi le innovazioni, Jamila ha affermato che per lei se una danzatrice non si esibisce usando musica Medio Orientale allora non è bellydance.

Al momento ci sono molte danzatrici/danzatori nel genere tribal fusion che usano il nome Salimpour nelle descrizioni dei loro corsi e workshop, riconoscendo in tal modo, l’impatto che entrambi i metodi di Jamila e Suhaila hanno avuto sulla loro danza. Forse è qui dove è iniziato l’equivoco che identifica la Scuola Salimpour come tribal. Danzatrici e danzatori non tribal vedono il nome e semplicemente assumono che la scuola in se promuova il “tribal style”. Ma quello che le persone non sanno è che molte di quelle danzatrici e danzatori non studiano con noi da qualche anno.

Vorrei mettere le cose in chiaro: Noi formiamo danzatrici e danzatori perché siano capaci di esibirsi in quanti più stili preferiscono, con un’enfasi sulla capacità di interpretare e danzare la musica Araba.

3) Onoriamo l’eredità, ma anche cambiamo con i tempi.
Quando la tua scuola è una delle più vecchie scuole di bellydance negli Stati Uniti (nel mondo?), la capacità di incassare colpi e adattarsi ai cambiamenti ce l’hai nel sangue. Il nostro curriculum cambia di continuo per integrare le teorie correnti (sul movimento n.d.t.) e gli aspetti kinesiologici.

In qualità di istruttrice principale alla “Mothership” in California, lavoro a stretto contatto con Suhaila per integrare nuovi approcci: le questioni accademiche attuali e le ricerche accademiche più recenti nella medicina dello sport, nell’insegnamento, nel riscaldamento e nel materiale per le lezioni. Niente è statico, Come Suhaila stessa ha detto, se non vai avanti, verrai lasciato indietro.

Ma, ovviamente, onoriamo anche il contributo che Jamila ha portato alla bellydance negli Stati Uniti. Grazie ai nomi dei passi e alla loro categorizzazione possiamo contestualizzarli più facilmente, capire da dove vengono e incarnarli (nel movimento n.d.t.) con una profonda comprensione che va oltre la ripetitiva imitazione meccanica. 

Il nostro curriculum è in costante evoluzione in accordo con i bisogni degli studenti, le ricerche in essere e gli scopi del programma.

4) I nostri studenti non sono cloni.
Un’altra preoccupazione che sento da danzatrici/danzatori che sono curiose/i riguardo alla (scuola n.d.t.) Salimpour ma che, per mancanza di una parola migliore, hanno paura di venire anche solo a una serie di lezioni (come? perché?), è che quando danzatrici e danzatori seguono il programma, perdono la loro individualità.

Quando riguardo le mie vecchie performance, prima di entrare nei livelli più alti del programma Salimpour, vedo molta imitazione. Imitavo Artemis, Aziza, Dina, Mona el Said, Dalia Carella, Rachel Brice e molte altre danzatrici che mi hanno ispirato. Ma adesso quando mi guardo danzare, vedo me stessa.

Ovviamente la mia tecnica è chiaramente molto Salimpour, ma il mio movimento è molto più personalmente definito di quanto fosse dieci anni fa. Sicuramente ho ccreato il mio stile personale, creato e scolpito attraverso anni di formazione non solo alla Scuola Salimpour, ma con numerosi altri istruttori.

Poi ci sono le nostre danzatrici Level 5 che sono autorizzate ad insegnare il Format Salimpour. Nessuna di loro danza come un’altra. Il mio stile è molto diverso da quello di Sabriye Tekbilek, Rachel Rene George, Angelique Hanesworth, Stacey Lizette. Quando le danzatrici percorrono il nostro programma stanno imparando a trovare la propria voce nella musica che sta danzando. Nessuna di noi è qui per danzare come Suhaila. Solo Suhaila può danzare come Suhaila.

E solo tu puoi danzare come te!

Il che mi porta all’ultimo punto.

5) la musica e la cultura Araba sono il cuore del nostro lavoro.
Inerente a ciò, la comprensione del sentimento delle canzoni Arabe classiche, la complessità della poesia, e la storia della bellydance e relative forme è essenziale per ogni danzatrice/danzatore che abbia livelli superiori al Level 1 nei nostri programmi. Anche nel Jamila Level 1 contestualizziamo i passi attraverso la loro origine e carattere. la Basic Egyptian Family proviene dalle danzatrici della Golden Era del cinema Egiziano; la Arabic Family invece incarna i movimenti più riservati che si possono vedere durante una festa in famiglia.

Questo lavoro viene esplorato più approfonditamente nei nostri due workshop principali: The Choreography development (lo sviluppo coreografico) che dura 5 giorni e il Live Music and improvisation (musica dal vivo e improvvisazione) che dura 4 giorni. In questi workshop la musica guida la nostra interpretazione, espressività e scelte di movimento. Durante questi workshop usiamo solo musica Araba (sorpresa!), quindi dobbiamo restare fedeli al sentimento e al contesto originali con cui e in cui queste canzoni furono scritte. Lavoriamo inoltre su come lavorare e interagire con musicisti Arabi, inclusi terminologia, comprensione dei Maqam e etichetta.

Molti non sanno che Suhaila ha lavorato come danzatrice professionista nei nightclub, non solo negli Stati Uniti, anche nel mondo Arabo per più di dieci anni. In questo periodo si è esibita con alcuni dei maggiori cantanti Arabi nel Medio Oriente, inclusi Ahmad Adawiyya, Amr Diab e molti altri. Ancora prima ha viaggiato attraverso il mondo Arabo facendo ricerche e integrando i passi che aveva osservato nel format di sua madre fin dal 1978. Questa non è un’informazione riservata. E’ la fuori da almeno 15 anni. 

Molti cercano, per la propria formazione, danzatrici e danzatori che abbiano una esperienza “di quei posti” full immersion, tuttavia il nostro programma è percepito come troppo “occidentale” o “fusion”. Ma danzare e interpretare la musica Araba (e le altre musiche del Medio Oriente ovviamente) è il cuore del programma Salimpour.

Vieni a vedere di persona.
Se sei curiosa/curioso, vieni a seguire una lezione o un workshop con noi. Non importa quale sia la tua forma, età, genere o esperienza pregressa. Noi accogliamo tutte le danzatrici e danzatori. Diventerai più forte, incontrerai persone incredibili, e farai parte di una comunità globale di praticanti curiose e pensatrici.

lunedì 23 aprile 2018

Bal Anat per me

é già passata qualche settimana dall'intenso Bal Anat Tour in Europa. Mi ero ripromessa di scrivere un post su questa esperienza per me così speciale, ma pur avendo mille cose per la testa, l'esperienza è stata così intensa che forse avrò bisogno di un anno per riuscire davvero a metabolizzare tutto quello che ho vissuto e scoperto facendo di nuovo parte di Bal Anat. 
Ci sono però alcune cose che mi sono rimaste dentro, che ho notato, e ho apprezzato e che sento il bisogno di condividere.
Prima di tutto il valore di partire da una base di studio comune solida, una tecnica che permette di studiare le coreografie in modo indipendente, garantendo una uniformità che ha poi bisogno solo di un paio di giorni per essere trasformata in una performance di gruppo caratterizzata non solo dal sincronismo tecnico, ma da una profondità emotiva che permette di essere un gruppo anche dal punto di vista emotivo/creativo, (per arrivare a questo si lavora molto sia sulla sincronizzazione che sull'affiatamento del gruppo, pescando da diverse tecniche della danza e del movimento). 
Mentre si impara la coreografia viene posta grande attenzione anche alla componente emotiva che è parte fondante di un movimento danzato sentito e non "riprodotto", ad ogni coreografia corrispondono non solo dei passi, ma anche un mood, un'ambientazione e una ricerca personale che permetta ad ogni danzatrice di ri-trovare se stessa, il proprio significato, la propria essenza nella Tribe che rappresenta. (un esempio di questo processo creativo è il collage che trovate qui sotto)


Un'altra cosa che mi lascia senza parole è l'energia che si crea sul palco tra tutti noi, che sia una prova generale o lo spettacolo vero e proprio, ma anche l'energia che viene trasmessa al pubblico, che non è semplice "spettatore", ma è catturato e portato nel nostro mondo, come ho già detto in qualche post, questo non è uno spettacolo, ma una vera e propria esperienza.
Da un punto di vista personale per me aver fatto parte di Bal Anat in Europa è stata una sfida, un traguardo, un inizio e una fine, una frustrazione e una immensa soddisfazione, una conferma e la scintilla del dubbio, insomma tante cose, non sempre coerenti, ma di sicuro importanti per il mio percorso di danzatrice, ma anche e soprattutto del mio percorso di crescita come persona.

sabato 10 giugno 2017

Pensieri sparsi di un'insegnante...

Qualche anno fa parlando con una persona del mio approccio all'insegnamento, mi fu detto che sbagliavo a dire alle allieve che, anche io, nel mio percorso personale di studio, ritrovavo le stesse difficoltà che avevano loro in questo momento, mi disse che non avrei dovuto ammettere le mie "difficoltà" personali perchè dovevo apparire ai miei studenti come un punto di riferimento forte, stabile, fisso. Questa cosa mi è un po' rimasta dentro, scatenando nel tempo riflessioni e dubbi sul mio ruolo di insegnante. Da una parte capisco perfettamente che un'insegnante debba essere una sorta di "meta" per l'allieva, dovremmo essere un'ispirazione, e per esserlo non possiamo vacillare (troppo), dobbiamo offrire alcuni punti fissi, certi, nel percorso di apprendimento che proponiamo agli studenti, dall'altra però credo sia anche fondamentale mantenere un'immagine reale e realistica del percorso di apprendimento. Credo sia importante, soprattutto quando le allieve arrivano ad un plateau nelle proprie competenze, essere il vivo esempio che valga la pena andare sempre un po' più in là, provare a trovare e superare un nuovo limite, trasformare le proprie paure in carburante, non avere insomma paura di imparare qualcosa di nuovo, per quanto frustrante questo possa essere. A mio avviso per poter insegnare si dovrebbe essere capaci di ricordare quando eravamo noi allieve e allo stesso tempo dimenticarlo, ricordare che accanto all'empatia dovrebbe starci anche la "pretesa" che ogni studente dia il massimo che può dare, per imparare qualcosa sulla danza e su se stessi. Forse è per questo che da fuori appaio come un'insegnante un po' inflessibile, "seria" (che a volte lo ammetto mi sembra sia visto come un difetto), che da troppi stimoli. Ve lo dico, non sono capace di essere diversa, spingo gli altri perchè è quello che faccio con me stessa. Non sono capace di pensare che sono arrivata, che così è abbastanza, e non riesco ad "accontentarmi" anche quando ho davanti uno studente di cui vedo il potenziale, (qualunque esso sia). Allo stesso modo non sono capace di pensare alle mie allieve come a qualcosa di mio. Le allieve sono in prestito, di passaggio, ciò che posso fare io per loro è provare ad essere una parte importante del loro percorso, e quando se ne vanno essere un insegnante da ricordare. Non è facile, mi affeziono e mi dispiace quando qualcuna smette, se ne va in un'altra scuola, da un'altra insegnante, ma anche io da allieva ho fatto lo stesso, ho cercato ispirazione in diversi insegnanti, da allieva ho vissuto sentimenti contrastanti verso chi mi stava insegnando, siamo persone, io per prima, credo sia importante ricordarlo, per questo penso sia fondamentale mostrare alle allieve che anche noi affrontiamo le stesse paure, le stesse frustrazioni, non per "mettersi nei loro panni", ma per mostrare loro che nella danza (come nella vita) non esiste "facile", ma affrontabile, superabile. 

lunedì 21 novembre 2016

Parole di donna - pensieri su Fatema Mernissi

Ho un poster in casa mia su cui campeggia la scritta "C'è sempre un pezzetto di cielo verso cui si può alzare la testa", mi accoglie ogni volta, quando cammino in corridoio per darmi una nuova visione, una nuova possibilità. 
Le parole sono di una delle mie scrittrici preferite: Fatima o Fatema Mernissi. I suoi libri mi hanno accompagnato fin dai miei studi universitari, ogni volta proponendomi mondi diversi ma vicini, visioni di femminilità contrastanti ma reali e possibili. Mi sono chiesta spesso perchè le parole di questa studiosa, sociologa e scrittrice marocchina, mi siano così vicine e riescano a portare ogni volta una luce nuova nella lettura del femminile e non solo. 
Non so come mai, la mia mente associa la Mernissi a Jane Austen, ma se vado più a fondo entrambe le scrittrici, per me, hanno saputo raccontare un mondo femminile sfaccettato e resiliente, ci hanno offerto e offrono ancora oggi, voce a donne spesso costrette in ruoli univoci e monotoni dalla società, dalla religione, dalla cultura di appartenenza.
Nata in un harem di Fez, la Mernissi ci offre uno sguardo che sa analizzare con spirito critico l'attualità e l'evoluzione del mondo "Medio Orientale", ma allo stesso tempo sa raccontare con leggerezza della forza delle donne, della forza dell'amore, non ci permette di scorrere le parole, senza che si inneschi un pensiero, una riflessione o un ricordo. 
Tra tutti i suoi scritti il mio preferito resta "L'harem e l'Occidente", che però a mio parere va letto dopo "La terrazza proibita", introduzione alle figure femminili che hanno popolato la sua infanzia e hanno influenzato la sua crescita. 
"L'harem e l'Occidente" racconta al lettore di eroine al femminile in una cultura che ci appare esclusivamente maschile, ci parla della bellezza femminile nell'immaginario occidentale, delle differenze tra ciò che costituisce bellezza in "Oriente" e in Occidente, offrendo nell'ultimo capitolo una diversa lettura dei canoni di bellezza occidentali. 
Rileggo ciò che ho appena scritto e mi accorgo che oggi non vi ho detto molto, ma la Mernissi è così, va scoperta, non raccontata, io ho voluto solo offrirvi un po' di parole per incuriosirvi, per offrirvi "... un pezzetto di cielo - diverso - verso cui alzare la testa". 
nota: Fatema Mernissi ci ha lasciati quasi un anno fa, ma le sue parole restano. 
sito ufficiale: http://www.mernissi.net/

giovedì 3 novembre 2016

Bal Anat in Belgium "From many tribes" the legacy of Jamila Salimpour

The 30th of october I was part of the show "Bal Anat" a legacy of the Salimpour School for the first time in Europe. Today's post gathers my first impressions and collects my thoughts after three intense days of rehearsals and the show.



30th october 2016 - Bruxelles.
Until tonight for me "From many tribes", was an article by Jamila Salimpour on the birth of Bal Anat, her concept and show, "born" in San Francisco in the sixties, to bring to the public, in an organic and flowing structure the polyedric world of "Middle Eastern" dances. 
From tonight on it will not be like that anymore, it will never be just a title, but a living and breathing experience,reality. It has become sharing a path, merging of different dance stories, projects and progress, held by man and women that together, on the same stage, using their diversities and experiences, have buildt a show that has talked about dance, love for this discipline, but also of commitment and dedication. 
When Maelle and Suhaila had talked about this idea during a SL2 workshop in Brussels, I thought right away that it was a once in a lifetime chance, but still it was "timely speaking" far away, through a mistical haze, more a dream than reality, something still out to reach. 
But one step at a time things have started to take a more definite shape: the first choreography to learn, the date of the show, the second choreography, the costume...
Everything fell into place, to become alive in a reality that brought us all together (35 dancers from around Europe and USA), on the stage in Brussels with Suhaila, to reiterate the vitality of this idea, this vision: Bal Anat. 
Bal Anat is a show born in a period where everything seemed possible, more free, more beautiful, and being able to keep it alive today, when everything seems marked by divisions and fear of the Other, was a challenge. 
But with the vision and commitment of Maelle and Suhaila we, dancers from two continents, came together on the stage, to represent one of the long-living legacies in the history of Bellydance. 
Today the message and the beauty of this show, for me, goes beyond the beauty of dance in itself, today this show also speaks of openess, sharing of knowledge and experiences, acceptance and welcoming of the other person, but also commitment and hard work, respect for the vision of dance of Jamila and Suhaila, but most of all respect for ourselves, for our potentiality, for our talent and capacities, respect for our dreams. 
This is what dance is for me: growth in my skills, but also in myself, because dance and life go together.
This experience, being part of Bal Anat, being in one of Her tribes, has thought me many things about myself, and it will be not only a beautiful memory, but a live and constant motivation, that shows me what we can achieve if we put ourselves out there and "be the best dancer/person that you can be"

-For the original Jamila Salimpour article http://www.salimpourschool.com/resources/
Maelle Quintart was the organizer of this amazing event https://www.facebook.com/maelledanse

Bal Anat in Belgio "From many tribes" l'eredità di Jamila Salimpour

Il 30 ottobre ho partecipato allo spettacolo "Bal Anat" della scuola Salimpour per la prima volta in Europa, il post di oggi raccoglie le mie impressioni scritte a caldo la sera dopo lo spettacolo e tre giorni intensi di prove.



30 ottobre 2016 - Bruxelles.
Per me fino a stasera "From many tribes" -Da molte tribù-,era un articolo di Jamila Salimpour sulla nascita di Bal Anat, spettacolo e concetto di sua creazione, nato alla fine degli anni sessanta a San Francisco, per portare al pubblico, in maniera organica il poliedrico mondo delle danze del "Medio Oriente". Da stasera però non è più così, non è più solo un titolo per me, ma un'esperienza vissuta, reale, di condivisione di un percorso, il confluire di diverse storie, progetti e progressi di danza di donne che, insieme sullo stesso palco, hanno saputo costruire con le proprie diversità ed esperienze uno spettacolo che ha parlato di danza, di amore per questa disciplina, di impegno e dedizione. 
Quando Maelle e Suhaila hanno parlato per la prima volta di questo progetto due anni fa durante lo stage a Bruxelles, mi era subito sembrata un'occasione unica, ma ancora temporalmente lontana, contornata da un'aura un po' mistica, quasi un sogno, un punto lontano che pare irraggiungibile. 
A poco a poco però le cose hanno iniziato a prendere forma, a definirsi: la prima coreografia da imparare, la scadenza per impararla, la data dello spettacolo, la seconda coreografia, il costume... 
Tutto ha finalmente preso corpo, per confluire in una realtà che ha, alla fine, portato tutte noi (35 provenienti da diverse parti d'Europa e degli Stati Uniti), sul palco a Bruxelles, con Suhaila per reiterare la vitalità di questa idea, di questa visione: Bal Anat. Perchè Bal Anat è uno spettacolo nato in un epoca in cui tutto sembrava possibile, più libero, più bello e riuscire a mantenerlo vivo oggi, in cui tutto sembra segnato da divisioni, paura dell'altro, del confronto, era una sfida. Invece con la visione e l'impegno di Maelle e Suhaila, siamo riuscite a mettere insieme sul palco danzatrici di due continenti per rappresentare una delle eredità più longeve nella storia della danza orientale. 
Oggi il messaggio e la bellezza di questo spettacolo va oltre la bellezza della danza in sè, oggi in questi tempi, questo spettacolo parla di apertura, condivisione di saperi ed esperienze, accettazione accoglienza dell'altro, ma anche impegno e duro lavoro, rispetto per la visione di danza di Jamila e Suhaila Salimpour, ma soprattutto rispetto per noi stesse, rispetto per le nostre potenzialità e capacità, rispetto per i nostri sogni. 
Questo è per me soprattutto la danza: crescita tecnica ma soprattutto personale. 
Questa esperienza, fare parte di Bal Anat, essere parte di una delle tribe che la compongono, mi ha insegnato molte cose su me stessa e sarà per me sempre non solo un bel ricordo, ma uno stimolo vivo e costante di cosa possiamo realizzare se davvero ci mettiamo in gioco e cerchiamo di essere "the best dancer/person you can be". 

Per leggere l'articolo di Jamila Salimpour nella mia traduzione italiana Articoli di Jamila Salimpour
per gli articoli originali http://www.salimpourschool.com/resources/
L'organizzatrice dell'evento è stata Maelle Quintart danzatrice belga e studente della scuola Salimpour https://www.facebook.com/maelledanse

martedì 11 ottobre 2016

E' un classico!!??

Ciao, eccomi qua di nuovo per lasciar scorrere un po' di pensieri e riflessioni in libertà sulla Danza Orientale.
 In quest'ultima settimana si sono insinuate spesso alcune parole nella mia vita di danzatrice: Tradizione, classico, autentico, folklore, stile, tutte parole non esclusivamente pertinenti alla danza, ma che anche nella danza trovano una loro collocazione. Sono parole importanti, che delineano concetti, che formano mondi, ma anche a volte pregiudizi e preconcetti, tentativi di "ingabbiare" in una visione statica una pratica che per sua stessa natura è dinamica e in costante cambiamento. Oggi vorrei solo proporvi degli spunti di lettura o un diverso punto di vista, nessuna certezza, solo condivisione.

La Danza Orientale, (in senso molto ampio quell'insieme di danze che sono praticate a vari livelli in "Medio Oriente"), ha una storia documentata relativamente giovane, spesso sistematizzata al di fuori del suo ambiente originario, (ma di questo parlerò in un altro post), che ha portato con se alcune supposizioni o interpretazioni, con il tempo diventate assiomi. Ci troviamo così a discutere di cosa sia "Classico", qual'è la vera danza "Autentica", quale sia la "Tradizione" e il "Folklore/folclore". Come "etichettare" le nuove evoluzioni, che sono sempre presenti nella storia di tutti i movimenti danzati. Chi mi conosce sa che credo profondamente nel valore delle parole e nel loro uso "consapevole", ma credo sia anche importante mantenere uno sguardo d'insieme quando si parla di un mondo fatto di migliaia di interpretazioni diverse, tante quante forse sono le praticanti di questa danza.

Oggi quindi non intendo svalutare il significato delle parole che ho citato, ma piuttosto vorrei mettere in prospettiva il loro valore rispetto al mondo attuale della Danza Orientale e alla storia di questa nostra danza. 
Tradizione: Il complesso delle memorie, notizie, testimonianze, sia scritte che orali, trasmesse da una generazione all'altra. L'insieme degli usi e costumi trasmessi da una generazione all'altra, fino a costituirsi in regole. Entrambe queste definizioni hanno un presupposto importante alla base, la TRASMISSIONE da una generazione all'altra di usi, notizie, che con il tempo acquisiscono valore e si trasformano in punti saldi, per le società, per le nazioni ma anche per le persone. Ma le tradizioni non nascono "antiche" ma lo diventano con la sedimentazione nelle generazioni che si susseguono. Questo credo sia importante ricordare, quando usiamo questa parola nel contesto della Danza Orientale, ciò che oggi è una tradizione è tale perchè lo è diventata con il tempo e paradossalmente una tradizione sopravvive solo se resta viva nella società in cui si insedia. 
Classico: Di altissimo valore culturale e artistico, tanto da poter essere preso a modello. Opera o autore rappresentativo di una determinata epoca o cultura. Anche questa è una parola molto importante, perchè ci aiuta a mettere un po' di ordine nella storia e nelle notizie che costellano il mondo della Danza Orientale, ma anche qui è utile secondo me, mettere il termine in prospettiva, ciò che oggi noi etichettiamo come classico, spesso "a suo tempo" era una innovazione, se non addirittura una rivoluzione artistica e/o culturale, penso ad artisti come Abdel Wahab, oggi annoverato tra i "classici", ma che a suo tempo invece propose cambiamenti e sconvolgimenti da molti considerati non in linea con la Tradizione della musica Araba. Oggi le sue canzoni sono un Must da conoscere per ogni danzatrice che si rispetti.
Folklore/folclore: L'insieme delle tradizioni popolari e delle loro manifestazioni in quanto oggetto di studio o di interesse. L'aspetto più superficialmente pittoresco di un ambiente o di una situazione. Di questa parola è interessante anche l'etimologia, parola inglese composta di due parole Folk: popolo e Lore: dottrina. Anche questa è una parola che compare spesso nel nostro mondo della Danza Orientale, proprio perchè è una danza che si è sprigionata dal basso, dalla gente, ed è stata "sistematizzata" solo in seguito. Anche qui però, è necessario ricordare che è un termine che può raccogliere in se molte manifestazioni, a volte vicine a volte invece molto lontane dalla "dottrina del popolo". In particolare quando parliamo di Danza Orientale e Folklore dobbiamo ricordare che la danza "popolare" quando è portata sul palcoscenico subisce degli adattamenti, perchè per loro natura le danze popolari non sono nate per essere "guardate" ma per essere danzate, sono di solito quindi composte da strutture semplici e ripetitive, codici motori famigliari e facilmente acquisiti dalle persone che vi partecipano. quando la stessa danza viene "esposta" ad un pubblico non può mantenere la stessa struttura, che risulterebbe poco interessante a chi non partecipa ma guarda soltanto, ma subisce alcune alterazioni (più o meno importanti), viene "Teatralizzata" resa adatta ad una visione passiva e non più alla partecipazione attiva. Questo mutamento non significa necessariamente che abbiamo "tradito la tradizione", ma piuttosto che, nella danza e nelle sue declinazioni è importante conoscere e riconoscere stili e tradizioni, ricordandosi che però tutto ha senso se contestualizzato.  
Oggi vi lascio così, con tutte queste parole e idee con cui giocare, costruire, approfondire, e con una frase di una canzone che ogni volta mi sale alla mente quando penso alla storia e alle tradizioni: "If you know your history, then you will know where you're coming from...".

Definizioni tratte da: Nuovo Devoto Oli Compatto. Dizionario della lingua italiana. Le Monnier
Testo canzone "Buffalo Soldier" Bob Marley.