mercoledì 16 ottobre 2019

La danza ai tempi di youtube





E’ il 2007 quando la versione italiana di Youtube fa la sua comparsa, uno strumento nuovo, incredibile, che permette alle persone di condividere video. Un nuovo strumento che ben presto rivela infinite potenzialità: l’opportunità di farsi conoscere a livello mondiale, di mostrare le proprie capacità, la propria arte, le proprie idee. Una vera e propria rivoluzione, che ci ha regalato artisti, conoscenze e, apparentemente, infinite possibilità.
Ma è davvero tutto oro quello che luccica? 
Quali cambiamenti ha portato Youtube nel mondo della danza orientale? 
Sicuramente uno dei grandi pregi di Youtube è l’aver permesso ad un grande pubblico di accedere a video che testimoniano e presentano le danzatrici che hanno fatto la storia della danza  orientale, di avere un pressoché infinito campo di ricerca sulla danza orientale, di aver reso popolari e apprezzate artiste e artisti che altrimenti sarebbero rimasti “relegati” nella propria zona geografica. D’altro canto però Youtube, proprio per il suo carattere “popolare” e “senza filtri” permette a chiunque di pubblicare video, tutorial, performance e quant’altro a prescindere dalla competenza, formazione, e/o capacità. 
Proprio l’altro giorno in un gruppo dedicato alla danza orientale di cui faccio parte su Facebook (altro Giano bifronte) è emersa una questione strettamente legata alla danza in video, contrapposta alla danza dal vivo. Molti hanno condiviso i propri punti di vista, e ciò che è emerso è che spesso, per la danza, ciò che funziona in video non sempre ha lo stesso impatto dal vivo, e viceversa, insomma non sempre i video rispecchiano e riproducono fedelmente la realtà, specialmente in un’arte “istantanea” come la danza.
Cosa c’è di male in tutto ciò? Nulla, apparentemente, se si parte dalla premessa che il pubblico di Youtube sia un pubblico informato e capace di distinzioni, un pubblico REALE, (ma così non è), e che ciò che viene condiviso sia qualcosa che porti miglioramenti, contributi di valore alla danza. Spesso ci dimentichiamo che Youtube, Facebook, instagram etc. sono mondi virtuali in cui ciò che sembra spontaneo, reale e vero è invece un mondo costruito, pensato e creato apposta per apparire naturale e reale, il cui scopo è catturare lo spettatore, la qualità non sempre è il punto di partenza.
Confesso che, non essendo nata in questo mondo virtuale, il mio approccio ad esso e a ciò che produce è spesso disincantato, se non cinico. Ciò che mi inquieta di più è che sempre più spesso sembra che ciò che conti non sia essere competenti, ma piuttosto essere visibili, cioè presenti in modo consistente nel web, sui social, insomma fare in modo che il pubblico non si dimentichi di noi, una sorta di versione mediatica del famoso detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” che già non è poi così vero nella realtà “reale”. 
Così “condividere” è diventata ormai la parola chiave, ma condividere cosa? Le nostre attività? la nostra “filosofia”? Il nostro prodotto-danza? La nostra immagine pubblica? Chi siamo? 
Quello che mi chiedo è: davvero questa sovraesposizione ha portato dei “vantaggi” al mondo della danza orientale? O stiamo rischiando di trasformare un’esperienza reale in un surrogato virtuale che non permette di approfondire, ma ci da solo l’illusione di poter un giorno anche noi, attingere ai nostri 10 minuti di notorietà?

venerdì 27 settembre 2019

La Scuola Salimpour: non è ciò che pensi.


La Scuola Salimpour: non è ciò che pensi.
Traduzione dell’articolo di Abygail Keyes “The Salimpour School: is not what you think” 

La Scuola Salimpour esiste da molto tempo. Di fatto dal 1949. Durante questo periodo abbiamo dato vita a molta storia, formato molti danzatori/danzatrici, e … ispirato molte chiacchiere, mezze verità e veri e propri malintesi.

Davvero la fuori ci sono molti, ehm, punti di vista interessanti riguardo la Scuola Salimpour: chi siamo, cosa facciamo e cosa insegniamo. Io ho studiato (in questa scuola) per più di dieci anni, e non spenderei migliaia di dollari e ore per un programma in cui non credo, con un mentore che non creda in me, e che non abbia una vita di esperienza e conoscenza.

Grazie ad un fenomeno cognitivo chiamato “Anchoring” è difficile cambiare la prima impressione che si ha di qualcosa: una persona, un posto, un’istituzione. Il nostro cervello effettivamente è influenzato dalla prima cosa che sentiamo, a prescindere dal fatto che, più tardi, sentiremo informazioni più vere o più affidabili, che contrastano con le prime. 

Quindi, se tu non fai parte della scuola, o hai appena iniziato il tuo percorso di certificazione, ecco le 5 cose più importanti riguardo la scuola che io (e noi) vorremmo tu sapessi. Pregiudizio “Anchoring” o no.

1) In realtà siamo molto simpatiche.
Qualsiasi istituzione che incoraggi il duro lavoro, la competenza e l’eccellenza rischia di essere etichettata come “snob” “elitaria” ed “arrogante”. Basta guardare quante persone guardino alle università della Ivy League o ai loro professori come a “torri d’avorio”. Grazie a qualcosa chiamato “negativity bias” sarà più probabile che tu tenda a ricordare le cose negative che senti riguardo un’organizzazione, istituzione o persona, che alle cose positive. Grazie, cervello.

Tuttavia negli ultimi tre anni quando abbiamo tenuto i nostri “summer intensive” l’amore in sala è stato palpabile.

Le danzatrici e i danzatori, a prescindere dal livello di certificazione, sono sempre stati di supporto, generosi e umili. Non ho sentito un insulto, un commento cattivo o il tentativo di mortificare l’altro. Quando le danzatrici e i danzatori tornano alla “Mothership” per formarsi, non stanno solo lavorando sulla propria danza, stanno anche contribuendo a costruire una comunità mondiale.

Personalmente in qualità di istruttrice, io faccio sempre uno sforzo - nonostante il mio sentirmi impacciata, i miei passi falsi sociali e la mia generale tendenza ad essere una “professoressa persa nei miei pensieri” - per far sì che ogni uno si senta benvenuto, indipendentemente dalla sua abilità o esperienza. So che la mia collega istruttrice Parya fa lo stesso. Suhaila ha creato la sua scuola perché fosse uno spazio sicuro per le danzatrici/danzatori dove imparare, crescere e allenarsi.

La sala di danza dovrebbe sempre essere un posto dove gli studenti possano sperimentare, fare errori ed essere vulnerabili. In effetti la vulnerabilità è un elemento chiave in ciò che impariamo nel Suhaila Format Level 3. Se non riusciamo ad essere aperti e a fidarci dei nostri corpi, come possiamo lasciare che la musica ci ispiri o ci guidi?

2) Non siamo una scuola di tribal style.
In continuazione, in gruppi di facebook ma non solo, sento persone che non hanno mai messo piede nella nostra sala (di danza n.d.t.), affermare che nella Scuola Salimpour si studia solo tribal.
Allerta spoiler: Non è vero. 

Si, è vero che la tribal style bellydance come la conosciamo oggi, non esisterebbe senza Bal Anat di Jamila Salimpour. Ma Jamila non voleva creare un nuovo genere o stile di bellydance. Le danzatrici che si esibivano alla Reinassance Faire tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, erano le stesse danzatrici che si esibivano nei nightclub Medio Orientali di San Francisco.  I costumi, la sede e la presentazione in Bal Anat erano diverse, ma non era uno “stile” diverso. E sebbene essa stessa apprezzi le innovazioni, Jamila ha affermato che per lei se una danzatrice non si esibisce usando musica Medio Orientale allora non è bellydance.

Al momento ci sono molte danzatrici/danzatori nel genere tribal fusion che usano il nome Salimpour nelle descrizioni dei loro corsi e workshop, riconoscendo in tal modo, l’impatto che entrambi i metodi di Jamila e Suhaila hanno avuto sulla loro danza. Forse è qui dove è iniziato l’equivoco che identifica la Scuola Salimpour come tribal. Danzatrici e danzatori non tribal vedono il nome e semplicemente assumono che la scuola in se promuova il “tribal style”. Ma quello che le persone non sanno è che molte di quelle danzatrici e danzatori non studiano con noi da qualche anno.

Vorrei mettere le cose in chiaro: Noi formiamo danzatrici e danzatori perché siano capaci di esibirsi in quanti più stili preferiscono, con un’enfasi sulla capacità di interpretare e danzare la musica Araba.

3) Onoriamo l’eredità, ma anche cambiamo con i tempi.
Quando la tua scuola è una delle più vecchie scuole di bellydance negli Stati Uniti (nel mondo?), la capacità di incassare colpi e adattarsi ai cambiamenti ce l’hai nel sangue. Il nostro curriculum cambia di continuo per integrare le teorie correnti (sul movimento n.d.t.) e gli aspetti kinesiologici.

In qualità di istruttrice principale alla “Mothership” in California, lavoro a stretto contatto con Suhaila per integrare nuovi approcci: le questioni accademiche attuali e le ricerche accademiche più recenti nella medicina dello sport, nell’insegnamento, nel riscaldamento e nel materiale per le lezioni. Niente è statico, Come Suhaila stessa ha detto, se non vai avanti, verrai lasciato indietro.

Ma, ovviamente, onoriamo anche il contributo che Jamila ha portato alla bellydance negli Stati Uniti. Grazie ai nomi dei passi e alla loro categorizzazione possiamo contestualizzarli più facilmente, capire da dove vengono e incarnarli (nel movimento n.d.t.) con una profonda comprensione che va oltre la ripetitiva imitazione meccanica. 

Il nostro curriculum è in costante evoluzione in accordo con i bisogni degli studenti, le ricerche in essere e gli scopi del programma.

4) I nostri studenti non sono cloni.
Un’altra preoccupazione che sento da danzatrici/danzatori che sono curiose/i riguardo alla (scuola n.d.t.) Salimpour ma che, per mancanza di una parola migliore, hanno paura di venire anche solo a una serie di lezioni (come? perché?), è che quando danzatrici e danzatori seguono il programma, perdono la loro individualità.

Quando riguardo le mie vecchie performance, prima di entrare nei livelli più alti del programma Salimpour, vedo molta imitazione. Imitavo Artemis, Aziza, Dina, Mona el Said, Dalia Carella, Rachel Brice e molte altre danzatrici che mi hanno ispirato. Ma adesso quando mi guardo danzare, vedo me stessa.

Ovviamente la mia tecnica è chiaramente molto Salimpour, ma il mio movimento è molto più personalmente definito di quanto fosse dieci anni fa. Sicuramente ho ccreato il mio stile personale, creato e scolpito attraverso anni di formazione non solo alla Scuola Salimpour, ma con numerosi altri istruttori.

Poi ci sono le nostre danzatrici Level 5 che sono autorizzate ad insegnare il Format Salimpour. Nessuna di loro danza come un’altra. Il mio stile è molto diverso da quello di Sabriye Tekbilek, Rachel Rene George, Angelique Hanesworth, Stacey Lizette. Quando le danzatrici percorrono il nostro programma stanno imparando a trovare la propria voce nella musica che sta danzando. Nessuna di noi è qui per danzare come Suhaila. Solo Suhaila può danzare come Suhaila.

E solo tu puoi danzare come te!

Il che mi porta all’ultimo punto.

5) la musica e la cultura Araba sono il cuore del nostro lavoro.
Inerente a ciò, la comprensione del sentimento delle canzoni Arabe classiche, la complessità della poesia, e la storia della bellydance e relative forme è essenziale per ogni danzatrice/danzatore che abbia livelli superiori al Level 1 nei nostri programmi. Anche nel Jamila Level 1 contestualizziamo i passi attraverso la loro origine e carattere. la Basic Egyptian Family proviene dalle danzatrici della Golden Era del cinema Egiziano; la Arabic Family invece incarna i movimenti più riservati che si possono vedere durante una festa in famiglia.

Questo lavoro viene esplorato più approfonditamente nei nostri due workshop principali: The Choreography development (lo sviluppo coreografico) che dura 5 giorni e il Live Music and improvisation (musica dal vivo e improvvisazione) che dura 4 giorni. In questi workshop la musica guida la nostra interpretazione, espressività e scelte di movimento. Durante questi workshop usiamo solo musica Araba (sorpresa!), quindi dobbiamo restare fedeli al sentimento e al contesto originali con cui e in cui queste canzoni furono scritte. Lavoriamo inoltre su come lavorare e interagire con musicisti Arabi, inclusi terminologia, comprensione dei Maqam e etichetta.

Molti non sanno che Suhaila ha lavorato come danzatrice professionista nei nightclub, non solo negli Stati Uniti, anche nel mondo Arabo per più di dieci anni. In questo periodo si è esibita con alcuni dei maggiori cantanti Arabi nel Medio Oriente, inclusi Ahmad Adawiyya, Amr Diab e molti altri. Ancora prima ha viaggiato attraverso il mondo Arabo facendo ricerche e integrando i passi che aveva osservato nel format di sua madre fin dal 1978. Questa non è un’informazione riservata. E’ la fuori da almeno 15 anni. 

Molti cercano, per la propria formazione, danzatrici e danzatori che abbiano una esperienza “di quei posti” full immersion, tuttavia il nostro programma è percepito come troppo “occidentale” o “fusion”. Ma danzare e interpretare la musica Araba (e le altre musiche del Medio Oriente ovviamente) è il cuore del programma Salimpour.

Vieni a vedere di persona.
Se sei curiosa/curioso, vieni a seguire una lezione o un workshop con noi. Non importa quale sia la tua forma, età, genere o esperienza pregressa. Noi accogliamo tutte le danzatrici e danzatori. Diventerai più forte, incontrerai persone incredibili, e farai parte di una comunità globale di praticanti curiose e pensatrici.

giovedì 23 maggio 2019

Harem Suare. Un film, un viaggio!


Il post di questa settimana è un pezzo vecchio, che ho scritto tempo fa su "Harem Suare" di Ferzan Ozpetek. 

Harem Suare
di Francesca Calloni


Presentato nella sezione “Un Certain Regard” al 52º Festival di Cannes, Harem Suare (1999, di Ferzan Ozpetek) è un film che per me, allora studentessa di Lingua e Letteratura Araba all’Università di  Venezia, è stato un viaggio. Una scoperta. Un’analisi. Uno studio. Oggi, nel 2013, a distanza di anni, dopo aver rivisto la pellicola, queste impressioni si ripresentano più vivide che mai.

Harem Suare è prima di tutto un viaggio nella storia. Un film in costume che spazia attraverso mezzo secolo e più della storia della Turchia, nel suo passaggio da capitale di un impero a stato laico moderno. Più voci femminili narrano, raccontano la vita nell'Harem del Sultano. Si intrecciano nelle loro parole le vite della favorita e delle altre, fino al momento della loro “liberazione” per mano di Ataturk. Le scene all'interno del palazzo del Topkapi regalano scorci di vita “familiare”, riportando a un passato sontuoso e opulento che richiama i quadri degli orientalisti, dando però voci ed emozioni a quelle donne fino ad allora congelate nelle tele. La vita dell'Harem che Ozpetek ci propone non è in fondo diversa da quella di tante corti occidentali. L'unica differenza è un secondo centro del potere, reale all'interno dell'Harem. Ed è questo che interessa al regista. L'ascesa della favorita, raccontata in due epoche diverse dalla protagonista stessa e da una donna dell'Harem, permette allo spettatore di avere davanti agli occhi il passato e il presente intrecciati nel viso di Lucia Bosè. 

Il racconto del suo arrivo a palazzo è l'inizio della nuova vita, che la porterà addirittura ad avere la possibilità di essere la madre del futuro Sultano, posizione di grande potere non solo all'interno del Harem, e che permette a noi di scoprire una realtà o un'idea di realtà che pone queste donne al centro, che le presenta come intelligenti, anche se non sempre per scopi nobili, acculturate e combattive, capaci di sognare e di amare. L'abolizione del Sultanato e la liberazione di chi vi era “prigioniera” sconvolgerà la vita delle donne dell'Harem. Ozpetek offre una lettura complessa della realtà dell’Harem, proposta anche dalla scrittrice marocchina Fatima Mernissi, ponendo l’accento sulla “quotidianità” della vita dell'Harem, sfrondandolo da fantasie orientaliste. Per le donne che vi avevano passato la maggior parte della propria vita Harem non aveva solo un'accezione negativa.  Dunque cos'è davvero la “libertà” e soprattutto emancipazione è sempre sinonimo di miglioramento? Ed è questa la domanda che sorge spontanea mentre si vede scorrere la storia con la S maiuscola sullo sfondo delle vicende personali della favorita. 

La seconda parte del film propone uno scorcio di realtà poco considerata: che ne è stato di queste donne “liberate”? Come sono ritornate a un mondo fatto spesso di povertà anche culturale? È stata davvero una liberazione per loro? Nella Turchia degli anni '20 cosa poteva significare per una donna essere stata del Sultano e ora non avere più nessuno che si occupasse di lei? Quale società si disponeva ad accoglierla? Il film traccia alcune possibilità. Dalle più positive: la riunione con la famiglia d'origine e la gioia per questa nuova vita che inizia, a l'offerta di “vitto e alloggio” da parte di loschi figuri alle più giovani e carine, certo preludio di una vita molto diversa da quella dell’Harem. La protagonista offre infine un’opzione diversa, che si lega al mondo della danza orientale. Vestita degli abiti sontuosi del suo passato diventa protagonista di uno spettacolo di varietà, “Harem Suare” appunto e a questo punto sorge una altro interrogativo: è stato davvero un bene? È stato davvero fatto per il bene delle donne? 

Sulle note di chiusura del film mi rendo conto di quanto questo film sia “orientale” nella sua proposta di lettura al femminile della storia, che per quanto con la s minuscola è pur sempre stata storia. 

giovedì 21 marzo 2019

Prima le parole



È da un po’ che non scrivo sul mio blog, non sempre mi è facile trovare il tempo e ancora di più le parole giuste per esprimere i pensieri e le riflessioni che mi vagano nella mente, e così oggi è proprio di ‘parole’ che ho deciso di riprendere a scrivere.
Per chi danza le parole sono spesso superflue, non necessarie, se non addirittura un ostacolo all’espressione più onesta del movimento del corpo. 
Cosa succede però quando abbiamo necessità di parlare e/o scrivere di danza? Le parole passano immediatamente in primo piano, diventano il primo canale di conoscenza e trasmissione di un sapere che non è solo corporeo, diventano quindi importanti tanto quanto i nostri movimenti, la musica, l’abito. Perché allora non ce ne prendiamo cura come facciamo con i nostri abiti, la musica e il nostro “trucco e parrucco”?
In altre aree del mondo le comunità di danzatrici orientali stanno discutendo e si stanno confrontando per cercare di “liberare”il vocabolario della danza orientale dai termini che hanno ancora il sapore di “orientalismo” ed “esotismo” così evocativi, ma anche, spesso, così pregni di colonialismo culturale. 
La danza è un linguaggio universale, ma la danza orientale - o, meglio, le danze del Medio Oriente - sono la rappresentazione della cultura e dell’evoluzione storica, politica e culturale di popoli e zone geografiche diversi. Questo pone noi - insegnanti, danzatrici e allieve, - in una situazione un po’ diversa: siamo rappresentanti, portavoce non solo della nostra creatività e visione artistica, ma anche di questi popoli e soprattutto di queste donne. 
Edulcorare la realtà attraverso l’uso di immagini che si rifanno ad un passato mitico o sovrapporre la danza orientale a immaginari culturali meno problematici pensando così di liberarci dal peso dell’attualità storica, politica e culturale che il Medio Oriente odierno presenta ha spesso l’effetto contrario, relegando la nostra danza ad un livello artistico ed espressivo meno significativo di altre danze che sono invece immerse nel contesto culturale in cui nascono. 
La danza può cambiare il mondo, ma prima deve avere il coraggio di guardare in faccia il mondo che vuole cambiare, non rigettando ciò che è “scomodo” ma, anzi, prendendolo e trasformandolo in uno spunto di riflessione che possa far crescere in noi e nel nostro pubblico una consapevolezza e un rispetto più profondo. Cercherò di spiegarmi meglio. Un po’ di tempo fa è stato condiviso su facebook un video di una danzatrice in un club egiziano che mostrava la nuova “tendenza” della danza orientale. La pubblicazione di questo video ha scatenato spesso commenti poco edificanti verso la danzatrice, il costume e l’atteggiamento della performer. Pochi si sono però soffermati sul motivo dell’affermazione di questa nuova tendenza, o su come promuovere una immagine alternativa. 
Non possiamo decidere di considerare l’Egitto patria della danza orientale se non siamo disposti a vedere che esiste anche un’altra realtà, come quella esposta qualche anno fa da un bellissimo documentario "Dancers" di Celame Barge che illustrava la vita delle danzatrici orientali non famose. Le umiliazioni, le difficoltà e lo stigma che queste donne devono vivere ogni giorno dovrebbe farci riflettere, perché noi rappresentiamo ANCHE loro, volenti o nolenti, e solo se troviamo le parole giuste per contestualizzare gli avvenimenti e gli eventi che l’attualità ci presenta ogni giorno potremo fare di questa danza un linguaggio potente e non solamente una forma di intrattenimento auto-relegata nell’evocativo ed esotico. 
Quando cerchiamo di depurare questa danza dai suoi aspetti più controversi il rischio che corriamo è proprio quello di spogliare questa danza dei suoi aspetti più identitari e arricchenti, quegli stessi aspetti che la rendono così bella e unica.

venerdì 7 settembre 2018

Che Storia è??

Il mio contatto con la Danza Orientale è stato un po' diverso dal solito. Dopo essermi laureata in Lingue Orientali a Venezia ho iniziato a frequentare il primo corso di danza, entrando in un mondo che per me non era sconosciuto o esotico, ma al contrario famigliare e quotidiano, grazie anche a un soggiorno di tre mesi a Sana'a in Yemen, allora ancora visitabile e non dilaniato come è oggi.
Danzare alle feste per sole donne, danzare con le amiche a casa loro durante il week end, sentire la musica letteralmente dovunque mi ha permesso di comprendere la danza e di inserirla più facilmente in contesti sociali e storici. La prima volta che ho visto un Muwashshah conoscevo la poesia e la storia dei luoghi in cui questa forma poetica è nata, la danza ha subito acquisito un significato più stratificato e profondo, non per questo migliore ma più informato. Di questo vorrei scrivere oggi in questo nuovo post, dell'importanza dell'informazione/formazione e della sua affidabilità.
Che la si faccia per "divertimento" o con aspirazioni professionali questa danza è e resta l'espressione culturale dei popoli che la praticano.
Gli studi "orientali" non sono una novità, in particolare gli studi sul "Medio Oriente" hanno una lunga tradizione anche in Italia, vi sono molti studiosi anche contemporanei che varrebbe la pena leggere, ma oggi vorrei parlare di studi storici, cioè come nel tempo le culture altre sono state studiate, analizzate e decodificate. Nonostante l'abbondanza di informazioni e risorse reperibili oggi, per me i libri sono comunque una risorsa fondamentale e primaria, alcuni più di altri mi hanno aiutata a espandere il mio punto di osservazione, a mutare e a evolvere la mia visione di questi mondi distanti e vicini allo stesso tempo. 
Uno di questi libri a cui ritorno spesso e che non smetto mai di promuovere è "Il fascino dell'Islam" di Maxime Rodinson, Dedalo edizioni. Perchè questo libro? Perchè oggi il problema non è più reperire le informazioni ma piuttosto imparare a capire come distinguere tra la storia, la leggenda, i miti e la propaganda.  
Studiare la storia, lo sviluppo degli studi legati al "Medio Oriente", le circostanze storiche e politiche che hanno influenzato questi studi nelle diverse epoche, comprendere come le informazioni sono state trasmesse, tradotte o qualche volta travisate, per giungere a noi travestite da verità credo sia fondamentale per rendere giustizia a questa arte e per riuscire a viverla pienamente, che lo si faccia per passatempo o per la vita, e anche per scrollarsi di dosso qualche pregiudizio e preconcetto che spesso dice molto di più su "Noi" che su "Loro". 
Per concludere non vi riassumerò il libro, perchè non voglio influenzare la vostra lettura, ma sarò ben felice di scambiare idee, opinioni e quant'altro con chi deciderà di leggerlo. 

lunedì 23 aprile 2018

Bal Anat per me

é già passata qualche settimana dall'intenso Bal Anat Tour in Europa. Mi ero ripromessa di scrivere un post su questa esperienza per me così speciale, ma pur avendo mille cose per la testa, l'esperienza è stata così intensa che forse avrò bisogno di un anno per riuscire davvero a metabolizzare tutto quello che ho vissuto e scoperto facendo di nuovo parte di Bal Anat. 
Ci sono però alcune cose che mi sono rimaste dentro, che ho notato, e ho apprezzato e che sento il bisogno di condividere.
Prima di tutto il valore di partire da una base di studio comune solida, una tecnica che permette di studiare le coreografie in modo indipendente, garantendo una uniformità che ha poi bisogno solo di un paio di giorni per essere trasformata in una performance di gruppo caratterizzata non solo dal sincronismo tecnico, ma da una profondità emotiva che permette di essere un gruppo anche dal punto di vista emotivo/creativo, (per arrivare a questo si lavora molto sia sulla sincronizzazione che sull'affiatamento del gruppo, pescando da diverse tecniche della danza e del movimento). 
Mentre si impara la coreografia viene posta grande attenzione anche alla componente emotiva che è parte fondante di un movimento danzato sentito e non "riprodotto", ad ogni coreografia corrispondono non solo dei passi, ma anche un mood, un'ambientazione e una ricerca personale che permetta ad ogni danzatrice di ri-trovare se stessa, il proprio significato, la propria essenza nella Tribe che rappresenta. (un esempio di questo processo creativo è il collage che trovate qui sotto)


Un'altra cosa che mi lascia senza parole è l'energia che si crea sul palco tra tutti noi, che sia una prova generale o lo spettacolo vero e proprio, ma anche l'energia che viene trasmessa al pubblico, che non è semplice "spettatore", ma è catturato e portato nel nostro mondo, come ho già detto in qualche post, questo non è uno spettacolo, ma una vera e propria esperienza.
Da un punto di vista personale per me aver fatto parte di Bal Anat in Europa è stata una sfida, un traguardo, un inizio e una fine, una frustrazione e una immensa soddisfazione, una conferma e la scintilla del dubbio, insomma tante cose, non sempre coerenti, ma di sicuro importanti per il mio percorso di danzatrice, ma anche e soprattutto del mio percorso di crescita come persona.

martedì 5 dicembre 2017

Il fascino del movimento.

Lo confesso, sono sempre stata affascinata e anche un po' ossessionata dal movimento. Fin da piccola, quando guardavo i vecchi musical con Fred Astaire e Gene Kelly, cercavo di imitare, replicare la leggerezza, i passi, la danza, che vedevo irradiarsi dal piccolo schermo. 
La danza è stato il mio primo amore, dal Bolero di Béjart in poi, un corpo smosso dalla musica mi ha sempre trasmesso emozioni indefinibili ma così profonde che seppure senza nome, non sono per questo meno emozionanti.
Crescendo, le mie esperienze a contatto con altre culture, hanno regalato alla mia fantasia nuovi spunti e immaginari di movimento. Ogni cultura contiene in se caratteristiche di movimento peculiari e allo stesso tempo universali. Questo sommesso filo conduttore che spesso si rivela nella danza, nelle danze di diverse culture mi ha offerto orizzonti di movimento più vasti, che si intersecano e si allontanano, che offrono al corpo, ai corpi nuove possibilità espressive. 
L'incontro con la danza educativa è stato, in un certo senso, l'ultimo anello di una catena di movimento in movimento. Questo diverso punto di vista mi ha permesso non solo di darmi una definizione personale di ciò che per me è danza, ma anche di comprendere meglio cosa mi colpisce, cosa mi emoziona di un movimento, di un corpo che danza la propria danza, mi ha permesso di sviluppare sempre di più la mia consapevolezza, il mio stare nel momento danzato, ma mi ha anche donato un regalo tra i più belli: la capacità di vedere la danza ovunque.
Avete mai camminato per la vostra città, il vostro paese con le cuffiette nelle orecchie e la musica che sovrasta e copre i rumori esterni? Immergendo, immaginando tutto ciò che vi circonda in una specie di improvvisazione danzante inconsapevole? Avete mai notato come tutto "va a ritmo" anche se la musica la sentite solo voi?
Io mi ritrovo a farlo spesso, anche senza musica ormai, trovando il suono nel movimento delle persone, nel ritmo della loro camminata, nella gestualità. Mi immergo nella poesia del corpo umano, ed ogni volta mi meraviglio della potenza espressiva del corpo. Seduta su una panchina mi ritrovo ad assaporare l'unisono di due persone che camminano fianco a fianco, i passi incerti di un bimbo che esplora, il piacere pervasivo dell'energia di una corsa, del rincorrersi dei bambini. La cadenza goffa e bella di un corpo adolescente che si adatta alla sua evoluzione fisica. Tutto questo mi regala ogni volta una sorta di serenità e di piacere profondo e intimo, credo sia per questo che insegno danza, perchè osservare le allieve esplorare le proprie potenzialità nella danza mi commuove, mi scuote. Vederle sviluppare e esplorare la propria voce danzante mi emoziona e spero ci saranno sempre allieve che mi permetteranno di assistere a questo meraviglioso spettacolo. Per tutti gli altri "miei" danzatori inconsapevoli li ringrazio per rinnovare ogni volta il mio amore per il movimento, in qualsiasi sua forma. 


domenica 26 novembre 2017

il primo appuntamento...

Pensieri sparsi (e non proprio coerenti) sull'effetto di un concerto...

Ieri sera sono finalmente stata al mio primo concerto di Vinicio Capossela, la mia prima volta è sempre un momento importante. Apprezzo la musica e i mondi che Vinicio svela nelle sue canzoni, e vederlo dal vivo era ormai una sorta di passaggio obbligato, avevo bisogno, in un certo senso, di fare finalmente conoscenza carnale con questo artista che ha parole e musica che mi scuotono sempre dentro.    

Sono arrivata in stazione a Venezia, con la città illuminata resistente al buio. Venezia normalmente mi predispone l'animo all'idea del sogno, all'idea dell'alternativo, immaginarsi le calli percorse da donne e uomini imparruccati, in altri tempi e altre vite mi lega alle corde dei passati e presenti.
Sono arrivata in teatro e mi sono seduta al mio posto, in attesa, tra i suoni di civette e una nebbia sottile. 
Poi inizia il concerto, ombre e suoni che si mescolano e mi fanno entrare in un mondo tra l'onirico e il selvaggio. Parto per il mio viaggio nei mondi di Vinicio dove la malinconia si mescola al sorriso, la follia alla bellezza e la goliardia alla serietà. 
Un concerto dal vivo è qualcosa che io reputo speciale, è un incontro intimo e personale con la musica e la vita di una persona, questo pensiero mi mette un po' in imbarazzo, mi sembra di invadere uno spazio personale e privato, ma è questo in fondo il bello dell'arte: che trasforma il privato in universale, questo è ciò che mi affascina di più, scorgere tra le note e le parole una vita viva, raccolta nello spazio di poche ore, che assomiglia sorprendentemente alla mia. 
Una favola musicata dopo l'altra, le ombre definiscono e svaniscono. La musica diventa parte dell'aria che si respira, non la ascolto più solo con le orecchie ma con il corpo, entra con il respiro e dai polmoni va la cuore, allo stomaco, al fegato, vibrando e seminando emozioni vivide, che si assommano e si contrastano, fino a sgorgare dagli occhi. 
Poi le ombre lasciano il posto ad altri luoghi, mentre il concerto continua mi ritrovo a fare mille pensieri, trascinati dalle parole, la musica ma anche solo il suono delle parole di per se già musica. Ad un certo punto chiudo gli occhi e la risacca della musica arriva ancora più forte. 
Finisce il concerto e resto un po' a metà, sospesa con la testa in questo mondo vero di fantasia. E' la sensazione che amo di più, lo strascico dell'arte, della creatività, che mi avvolge come un bel mantello per un paio di giorni. 
Sono grata a Vinicio per avermi permesso di sbirciare dalla sua finestra, è stato bellissimo. 

lunedì 18 settembre 2017

Si riparte .....

Eccoci qua, di nuovo a settembre, l'estate ha già lasciato il posto all'autunno ed è arrivato il momento di ripartire con le attività: lavoro, scuola, famiglia, impegni ... e poi c'è la danza.
Come ogni anno questo è un momento rivelatore: chi fa le sue cose, chi un po' se la prede, chi discute, chi ironizza, insomma c'è un po' di tutto e anche qualcosa in più. Anche io come ogni anno mi trovo a rifare la pubblicità per i miei corsi, progetto nuove attività, sogno nuove opportunità... e poi la realtà si insinua e mi vengono mille dubbi, ci sarà qualcuno a cui interessa? Avrò davvero qualcosa di diverso da offrire? Beh in fondo credo di si, se no non starei qui a scrivere, a condividere, a mettermi in gioco di nuovo, ma l'altra parte del "problema" è: ci sarà qualcuno la fuori pronto per le cose che ho da dire? Per le cose che ho da proporre? A questa domanda non riesco mai a dare una risposta certa, ma non mi stanco di cercare di trasmettere la mia passione, il mio rispetto e la fatica anche che questa danza fa fare. Si perchè spesso ci dimentichiamo che la "fatica" è una componente fondamentale della scoperta, della ricerca, ma non parlo di fatica in senso negativo, ma in senso positivo, la fatica è per me l'impegno che ci si mette soprattutto quando è più difficile farlo, per migliorare noi stessi, non rispetto ad uno standard predefinito ma ai traguardi che ogni uno di noi, consapevolmente e inconsapevolmente si pone. quindi buona fatica e tante soddisfazioni a tutte voi la fuori alla ricerca del vostro posto nella danza.

sabato 10 giugno 2017

Pensieri sparsi di un'insegnante...

Qualche anno fa parlando con una persona del mio approccio all'insegnamento, mi fu detto che sbagliavo a dire alle allieve che, anche io, nel mio percorso personale di studio, ritrovavo le stesse difficoltà che avevano loro in questo momento, mi disse che non avrei dovuto ammettere le mie "difficoltà" personali perchè dovevo apparire ai miei studenti come un punto di riferimento forte, stabile, fisso. Questa cosa mi è un po' rimasta dentro, scatenando nel tempo riflessioni e dubbi sul mio ruolo di insegnante. Da una parte capisco perfettamente che un'insegnante debba essere una sorta di "meta" per l'allieva, dovremmo essere un'ispirazione, e per esserlo non possiamo vacillare (troppo), dobbiamo offrire alcuni punti fissi, certi, nel percorso di apprendimento che proponiamo agli studenti, dall'altra però credo sia anche fondamentale mantenere un'immagine reale e realistica del percorso di apprendimento. Credo sia importante, soprattutto quando le allieve arrivano ad un plateau nelle proprie competenze, essere il vivo esempio che valga la pena andare sempre un po' più in là, provare a trovare e superare un nuovo limite, trasformare le proprie paure in carburante, non avere insomma paura di imparare qualcosa di nuovo, per quanto frustrante questo possa essere. A mio avviso per poter insegnare si dovrebbe essere capaci di ricordare quando eravamo noi allieve e allo stesso tempo dimenticarlo, ricordare che accanto all'empatia dovrebbe starci anche la "pretesa" che ogni studente dia il massimo che può dare, per imparare qualcosa sulla danza e su se stessi. Forse è per questo che da fuori appaio come un'insegnante un po' inflessibile, "seria" (che a volte lo ammetto mi sembra sia visto come un difetto), che da troppi stimoli. Ve lo dico, non sono capace di essere diversa, spingo gli altri perchè è quello che faccio con me stessa. Non sono capace di pensare che sono arrivata, che così è abbastanza, e non riesco ad "accontentarmi" anche quando ho davanti uno studente di cui vedo il potenziale, (qualunque esso sia). Allo stesso modo non sono capace di pensare alle mie allieve come a qualcosa di mio. Le allieve sono in prestito, di passaggio, ciò che posso fare io per loro è provare ad essere una parte importante del loro percorso, e quando se ne vanno essere un insegnante da ricordare. Non è facile, mi affeziono e mi dispiace quando qualcuna smette, se ne va in un'altra scuola, da un'altra insegnante, ma anche io da allieva ho fatto lo stesso, ho cercato ispirazione in diversi insegnanti, da allieva ho vissuto sentimenti contrastanti verso chi mi stava insegnando, siamo persone, io per prima, credo sia importante ricordarlo, per questo penso sia fondamentale mostrare alle allieve che anche noi affrontiamo le stesse paure, le stesse frustrazioni, non per "mettersi nei loro panni", ma per mostrare loro che nella danza (come nella vita) non esiste "facile", ma affrontabile, superabile. 

lunedì 1 maggio 2017

Why the Salimpour School? One question, too many answers!

I have always wanted to be a Ballerina. One of the clearest memories of my childhood is me dancing to classical music trying to be just like the one I had seen on TV, to move just like she did.
It took me “a while” to get to my life's desire, but after I finished my university degree I took my first class in bellydance, and that has been the first step I took into my future. Then I attended workshops, took classes, learned choreographies that took me always a little further.
I believe that things comes to you as you move both unconsciously and willingly through them. I went to my first workshop with Suhaila in a moment of impasse in my dance life, I had reached a good level in technique, but I was in a plateau, and it was uncomfortable. So I went not really knowing what to expect, but willing to see if it could be a new challenge... and a challenge it was, not only on a physical level, (straining to get the movements out of my body it was something I hadn't experienced in a while!), I was getting a glimpse of what my dance could become if I could learn to do one tenth of what Suhaila was doing. But I have to admit that what really reached inside me, and started to grow was the attention put on the importance of knowledge, deciding what to study, with whom and most of all: what kind of dancer I wanted to be. Well that was a lot of food for thought. And that was the beginning of it all. The level 1 was just the first taste, but only now that I am studying for Suhaila Level 3 and I am baffled to discover that I don't really know why I have chosen the Salimpor formats, even though I kind of know why I am studying to try to test for Suhaila Level 3 this summer: because every time I go through a new online lesson, every time I pick up a new book, every time I write my morning pages, I discover something more about me, I unveil a part of me that hasn't been created, on the contrary, it just needed to be aroused again. I think this is what this format is for me, the chance not to became a copy of Suhaila, but to learn to tap into my resources to discover that the limit is never steady, is never reached, it moves a little forward, a little further and I too, could move with it a little further.
Dance for me is not “loosing myself” into the movement, but living it, savour it, being into a blissful consciousness where body and mind are connected but kind of lost in each other. It's a balance game, not only the body needs to be ready to respond, talk and feel the music, the mind has to be aware, and at the same time willing to expose a part of the true self. These last years studying with the Salimpour school have showed me that what I see in this dance is not only my vision, and it hasn't got only one face, one side, but it is varied as the dancers taking part in it. Bal Anat in Europe, being part of it it, has been another small tile composing the mosaic of the Salimpour school and what it is for me. I could see the structure, the meaning of a common language and at the same time the chance to be myself into this.

When a person chooses a school it has logically some reasons to do so. I know I had some, but today I am not sure that the motives that lead me to start this program, are the ones that are keeping me to it. During the last month when I have tried to put down these reasons, maintaining it clean and simple I often got lost, because my ideas and opinions where never the same, one day I was pleased with myself for being able to do some drills right or follow a combo properly, the next day I was struggling through warm up, and that wasn't pleasant. Right now I'm trying to summarize once more what these formats are for me I am once again divided between the idea of challenge, struggle and discovery, but maybe they are altogether the basic reason of my staying with the Salimpour school and follow the certification: because it's not easy, I have to work for it, but there are great things for me to gain. I don't need easy, I need rewarding, I need to know myself, my dance skills, my creativity, my possibilities, and the Salimpour formats are allowing me to do it, it's up to me when and if I want to stop. The formats, the materials, the resources are there and every student gets from them what they need, what they are capable and what they can, the path is set but not defined. At the workshops seeing everyone doing their best, no judgment, no competition, but sharing of knowledge, struggles, sweat, impressions, opinions, have given me a great impulse. Maybe that's it that is what I like, that we don't learn only from Suhaila but from each other, but to be honest I really don't know, I have no straight answer, nothing is sure and steady, but changing every day, and perhaps this is what I like most, the fact that I cannot really put my finger on it, and that pushes me a little further to discover if there, there could be an answer. Right now “I focus on the process, and not the product”, and maybe next year I'll have some more answers, but I'm sure also many more questions.

http://www.salimpourschool.com/

lunedì 13 marzo 2017

Creatività, etica, produzione artistica e appropriazione culturale.

La creatività è un processo di pensiero che ci permette di crescere, di esplorare ciò che ci piace o non ci piace, di creare nuove strade, di ripercorrerne di antiche e a volte, se siamo fortunati, di esprimere la parte più nascosta e "illuminata" di noi stessi. E' un processo importante per lo sviluppo di ogni essere umano, tutti noi siamo creativi, anche  se gli atti creativi che produciamo a volte sono quasi impercettibili. Tutti noi però siamo capaci di creare, questo però non significa che qualsiasi cosa emerga dalla nostra mente sia necessariamente da condividere, o che tutto possa essere "manipolato" e "utilizzato" per i nostri progetti creativi. Questo è vero soprattutto quando il nostro mezzo creativo non è parte della nostra cultura d'origine. Qual'è il confine tra libertà espressiva, etica e appropriazione culturale? 
Navigando tra social, internet e il mondo reale ho notato, con mio rammarico, che la questione della "appropriazione culturale" è poco se non totalmente sconosciuta o meglio NON riconosciuta, all'interno della comunità di donne che praticano la "danza orientale" nelle sue diverse declinazioni e derivazioni. 
Sarò sincera, non ho ancora capito se questo mancato riconoscimento di una questione così importante è dato da una sostanziale ignoranza di fondo rispetto alle culture/società in cui questa danza si è sviluppata ed evoluta, o se è proprio una forma di colonialismo culturale, (e non uso la parola colonialismo a caso) talmente radicato che non lo vediamo nemmeno, o non siamo disposti a riconoscere come parte di noi. 
Come sempre non sono qui per puntare il dito su nessuno, vorrei solo che certe questioni vengano a galla e si faccia un passo avanti per riconoscere anche le nostre responsabilità nel perpetrare un immaginario esotico/erotico che risponde più alla visione che "l'occidente" ha del "Medio Oriente" che alla realtà. 
Quando si parla di Appropriazione culturale si intende in generale l'impiego di "caratteristiche culturali" (arte figurativa, musica, tessuti, gioielli etc..) appartenenti ad una cultura altra dalla nostra, scollegandole dai significati simbolici, sociali, storici e culturali che possiedono nella cultura d'origine, a volte per ignoranza a volte per stupire lo spettatore, a volte semplicemente perchè pensiamo che sia un nostro diritto artistico manipolare "l'altro" per i nostri fini, qualsiasi essi siano. 
Il confine tra "appropriazione culturale" e "libertà creativa" è molto sottile, me ne rendo conto, ma questo confine esiste e rispettarlo è importante proprio per poter dare alle nostre azioni artistiche una forza comunicativa maggiore. 
La danza per me è un linguaggio, un mezzo di comunicazione, molto potente, che può diventare uno strumento per combattere stereotipi e pregiudizi verso la cultura che sottende il nostro mezzo espressivo (la danza orientale in questo caso), di questo dobbiamo essere consapevoli. Non possiamo svincolarci da questa responsabilità se vogliamo portare la nostra danza ad un livello "superiore", non possiamo decidere di "cancellare" alcune parti della cultura d'origine della nostra danza o di decontestualizzarla perchè "a noi piace così", perchè ciò che portiamo là fuori non riguarda solo noi. 
Le parole come i gesti, i movimenti e la danza hanno un senso e un significato originale/originario che non possono essere dimenticati. 
Studiare è la chiave: informarsi, farsi domande, mettersi dalla parte "dell'altro". Tutto questo non riduce la nostra creatività e la nostra libertà artistica, al contrario ci permette di accedervi ad un livello più profondo, creando la nostra danza nel rispetto della cultura da cui proviene. 

venerdì 10 febbraio 2017

Primi passi ...

Mi capita ultimamente di pensare alle mie prime esperienze di danza, ai miei primi passi in questo mondo, a chi è diventato per me non solo un insegnante, ma una fonte continua di ispirazione e un mentore. 
Ho fatto molti stage nella mia vita di danzatrice, ed alcuni si conservano più vividi di altri. Ricordo ancora, al mio primo stage con Mona Habib, la fatica e la concentrazione per imparare la coreografia, ma ricordo anche e sopratutto la bellezza del brano, il piacere di ritrovare, nelle sequenze che via via componevano la coreografia, un feeling unico con la musica, un racconto che seguiva i suoni, le battute, le pause: il corpo che raccontava la musica, il mio corpo che si ritrovava perfettamente a proprio agio nella visione che questa danzatrice aveva della musica araba. 
Quello è stato il mio primo stage con Mona Habib e mi sono innamorata del suo stile, della sua eleganza, della sua pazienza e del suo amore per questa arte.
Da allora ne ho fatti molti altri, con lei e con altri danzatori e danzatrici, da tutti ho ricavato qualcosa di prezioso e importante, ma lavorare con Mona Habib, ancora oggi mi carica, dandomi mille spunti creativi. 
Ancora oggi aspetto con una trepidazione quasi infantile il momento di entrare nella sala di danza con lei, di scoprire la nuova coreografia, di approfondire la tecnica, di scoprire qualcosa di più del suo talento creativo e della sua immensa conoscenza di questa danza. 
Di fronte ad una certa "vena frenetica" che sembra contraddistinguere il trend della danza orientale attualmente, per me Mona Habib è un respiro profondo, è un passo fatto danza, vissuto nel momento, è modernità e tradizione insieme, è quello che voglio diventare da grande. 

   

giovedì 19 gennaio 2017

Tutto un altro mondo...

sono ormai un paio di settimane che sono alla ricerca di un nuovo argomento per questo blog, ho scritto molte idee in uno dei miei libretti magici :) ma nessuna era ancora riuscita a sbocciare. 
Ieri mentre parlavo con una mia allieva mi è tornato alla mente questo video, un documentario del 2007 di Cèlame Barge, intitolato "Dancers" che parla di un'altra danza orientale, non quella fatta di lustrini, ma quella fatta di necessità... e così ho trovato l'argomento del mio nuovo post. 
Condivido il link al documentario (sottotitolato in inglese), perchè non mi pare sia "girato" tanto in Italia all'interno del mondo della danza orientale. 
Lo condivido anche perchè, credo sia importante conoscere questo aspetto più nascosto della danza che noi pratichiamo, ma ho deciso di non aggiungere altro, questa volta non voglio "dire", ma lasciar parlare queste donne, che fanno comunque parte del nostro mondo. 
Lascio la parola anche a voi, per condividere le vostre riflessioni e i vostri pensieri, perchè a volte è molto più importante ascoltare che parlare (o scrivere, in questo caso)...

Buona Danza
Francesca

"Dancers" documentario di Celame Barge

link youtube "Dancers" documentario di Celame Barge

sabato 17 dicembre 2016

E mi innamoro di nuovo di te...

L'altro giorno, mentre sceglievo la musica per la lezione, scorrendo tra la musica nel mio Ipod, un vecchio cd, che avevo comprato ad uno dei primi stage che avevo fatto un numero indefinito di anni fa, si è fatto nuovamente notare. 
La musica è partita e mentre facevo riscaldamento con le mie allieve, hanno cominciato a riaffiorare ricordi ed emozioni. Ho scoperto che quella canzone è indissolubilmente legata al ricordo di uno dei miei primi stage. Riascoltarla oggi, dopo un periodo in cui la mia relazione con la danza orientale ha vissuto alti e bassi, riascoltare quella canzone non è stato un caso, è stato un nuovo spunto. 
Mi sono ritrovata a pensare ai miei primi passi in questa forma d'arte, alle mie prime esperienze come allieva, la sensazione che tutto fosse lì per me da imparare, la gioia di sentire che ogni lezione, ogni stage portava qualcosa di più alla mia danza, la sensazione che ci fosse talmente tanto da imparare che non ce l'avrei mai fatta a conoscere tutto. 
Ero nella prima fase dell'innamoramento, quando tutto è bello, positivo, intrigante, quando danzare ti fa sentire leggera, libera. Quando tutto è nuovo e preludio di scoperte incredibili. 
Poi la danza diventa più "normale", inizia a far parte di te e come nelle relazioni con le persone cominci a scoprirne i "difetti", le difficoltà della vita quotidiana, le musiche diventano parte della routine, la tecnica si fissa e se da una parte sembra di fare meno fatica, dall'altra sembra che si restringa sempre di più il campo delle cose che restano da imparare. Ad un certo punto, diventa sempre più difficile entusiasmarsi, appassionarsi a qualcosa. 
Nonostante tutto ho continuato sempre a fare stage e lezioni, ad approfondire la danza, nelle sue diverse accezioni, a esplorare nuovi modi di intendere la danza. Ma quello che prima mi era facile, quasi naturale, era diventato quasi insopportabile. 
Poi altre strade si sono aperte, ho incontrato nuove persone, nuove danzatrici, nuovi modi di fare danza orientale e la scintilla aveva ravvivato il fuoco, ma non era più come prima. 
L'altro giorno invece riascoltando Fakkarouni, (una delle perle della musica Araba), qualcosa di nuovo è successo: mi sono ritrovata a ri-innamorarmi di nuovo come tanti anni fa, della Danza Orientale. 
Il mio corpo, il mio cuore, la mia mente, hanno ripercorso i passi e la sensazione di gioia totale, quasi infantile, l'emozione che avevo provato quel giorno imparando la coreografia su questa canzone, facendo fatica, ma sentendo la musica scorrere nei miei movimenti, ancora impacciati, ma vissuti.
Stamattina rileggendo il testo della canzone mi sono scoperta a sorridere, quale altra canzone se non una che parlava di memorie e sentimenti mai sopiti, poteva essere la messaggera della rinascita del mio amore per questa danza!? Così ho deciso di scrivere questo nuovo post, forse un po' delirante, (ma in fondo l'amore è in parte delirio, no?), per raccontare a chi come me ha attraversato o sta attraversando un momento burrascoso con la Danza Orientale, che anche quel momento difficile è parte del viaggio nell'apprendimento di una forma d'arte, che anche se può essere difficile e doloroso a volte, quel momento difficile di abbandono e riscoperta, di odio/amore, forse proprio quel momento lì ci permetterà di riassaporare la danza ancora più profondamente. In fondo per essere felici, bisogna aver conosciuto anche la tristezza, e per me, nella danza è un po' così, dopo averla sentita così lontana ricongiungermi di nuovo con lei è un momento fondamentale per fare di me un'artista più completa, una persona più vera e serena. Non perdete la speranza ;) 
Buona danza
Francesca



lunedì 21 novembre 2016

Parole di donna - pensieri su Fatema Mernissi

Ho un poster in casa mia su cui campeggia la scritta "C'è sempre un pezzetto di cielo verso cui si può alzare la testa", mi accoglie ogni volta, quando cammino in corridoio per darmi una nuova visione, una nuova possibilità. 
Le parole sono di una delle mie scrittrici preferite: Fatima o Fatema Mernissi. I suoi libri mi hanno accompagnato fin dai miei studi universitari, ogni volta proponendomi mondi diversi ma vicini, visioni di femminilità contrastanti ma reali e possibili. Mi sono chiesta spesso perchè le parole di questa studiosa, sociologa e scrittrice marocchina, mi siano così vicine e riescano a portare ogni volta una luce nuova nella lettura del femminile e non solo. 
Non so come mai, la mia mente associa la Mernissi a Jane Austen, ma se vado più a fondo entrambe le scrittrici, per me, hanno saputo raccontare un mondo femminile sfaccettato e resiliente, ci hanno offerto e offrono ancora oggi, voce a donne spesso costrette in ruoli univoci e monotoni dalla società, dalla religione, dalla cultura di appartenenza.
Nata in un harem di Fez, la Mernissi ci offre uno sguardo che sa analizzare con spirito critico l'attualità e l'evoluzione del mondo "Medio Orientale", ma allo stesso tempo sa raccontare con leggerezza della forza delle donne, della forza dell'amore, non ci permette di scorrere le parole, senza che si inneschi un pensiero, una riflessione o un ricordo. 
Tra tutti i suoi scritti il mio preferito resta "L'harem e l'Occidente", che però a mio parere va letto dopo "La terrazza proibita", introduzione alle figure femminili che hanno popolato la sua infanzia e hanno influenzato la sua crescita. 
"L'harem e l'Occidente" racconta al lettore di eroine al femminile in una cultura che ci appare esclusivamente maschile, ci parla della bellezza femminile nell'immaginario occidentale, delle differenze tra ciò che costituisce bellezza in "Oriente" e in Occidente, offrendo nell'ultimo capitolo una diversa lettura dei canoni di bellezza occidentali. 
Rileggo ciò che ho appena scritto e mi accorgo che oggi non vi ho detto molto, ma la Mernissi è così, va scoperta, non raccontata, io ho voluto solo offrirvi un po' di parole per incuriosirvi, per offrirvi "... un pezzetto di cielo - diverso - verso cui alzare la testa". 
nota: Fatema Mernissi ci ha lasciati quasi un anno fa, ma le sue parole restano. 
sito ufficiale: http://www.mernissi.net/

giovedì 3 novembre 2016

Bal Anat in Belgium "From many tribes" the legacy of Jamila Salimpour

The 30th of october I was part of the show "Bal Anat" a legacy of the Salimpour School for the first time in Europe. Today's post gathers my first impressions and collects my thoughts after three intense days of rehearsals and the show.



30th october 2016 - Bruxelles.
Until tonight for me "From many tribes", was an article by Jamila Salimpour on the birth of Bal Anat, her concept and show, "born" in San Francisco in the sixties, to bring to the public, in an organic and flowing structure the polyedric world of "Middle Eastern" dances. 
From tonight on it will not be like that anymore, it will never be just a title, but a living and breathing experience,reality. It has become sharing a path, merging of different dance stories, projects and progress, held by man and women that together, on the same stage, using their diversities and experiences, have buildt a show that has talked about dance, love for this discipline, but also of commitment and dedication. 
When Maelle and Suhaila had talked about this idea during a SL2 workshop in Brussels, I thought right away that it was a once in a lifetime chance, but still it was "timely speaking" far away, through a mistical haze, more a dream than reality, something still out to reach. 
But one step at a time things have started to take a more definite shape: the first choreography to learn, the date of the show, the second choreography, the costume...
Everything fell into place, to become alive in a reality that brought us all together (35 dancers from around Europe and USA), on the stage in Brussels with Suhaila, to reiterate the vitality of this idea, this vision: Bal Anat. 
Bal Anat is a show born in a period where everything seemed possible, more free, more beautiful, and being able to keep it alive today, when everything seems marked by divisions and fear of the Other, was a challenge. 
But with the vision and commitment of Maelle and Suhaila we, dancers from two continents, came together on the stage, to represent one of the long-living legacies in the history of Bellydance. 
Today the message and the beauty of this show, for me, goes beyond the beauty of dance in itself, today this show also speaks of openess, sharing of knowledge and experiences, acceptance and welcoming of the other person, but also commitment and hard work, respect for the vision of dance of Jamila and Suhaila, but most of all respect for ourselves, for our potentiality, for our talent and capacities, respect for our dreams. 
This is what dance is for me: growth in my skills, but also in myself, because dance and life go together.
This experience, being part of Bal Anat, being in one of Her tribes, has thought me many things about myself, and it will be not only a beautiful memory, but a live and constant motivation, that shows me what we can achieve if we put ourselves out there and "be the best dancer/person that you can be"

-For the original Jamila Salimpour article http://www.salimpourschool.com/resources/
Maelle Quintart was the organizer of this amazing event https://www.facebook.com/maelledanse

Bal Anat in Belgio "From many tribes" l'eredità di Jamila Salimpour

Il 30 ottobre ho partecipato allo spettacolo "Bal Anat" della scuola Salimpour per la prima volta in Europa, il post di oggi raccoglie le mie impressioni scritte a caldo la sera dopo lo spettacolo e tre giorni intensi di prove.



30 ottobre 2016 - Bruxelles.
Per me fino a stasera "From many tribes" -Da molte tribù-,era un articolo di Jamila Salimpour sulla nascita di Bal Anat, spettacolo e concetto di sua creazione, nato alla fine degli anni sessanta a San Francisco, per portare al pubblico, in maniera organica il poliedrico mondo delle danze del "Medio Oriente". Da stasera però non è più così, non è più solo un titolo per me, ma un'esperienza vissuta, reale, di condivisione di un percorso, il confluire di diverse storie, progetti e progressi di danza di donne che, insieme sullo stesso palco, hanno saputo costruire con le proprie diversità ed esperienze uno spettacolo che ha parlato di danza, di amore per questa disciplina, di impegno e dedizione. 
Quando Maelle e Suhaila hanno parlato per la prima volta di questo progetto due anni fa durante lo stage a Bruxelles, mi era subito sembrata un'occasione unica, ma ancora temporalmente lontana, contornata da un'aura un po' mistica, quasi un sogno, un punto lontano che pare irraggiungibile. 
A poco a poco però le cose hanno iniziato a prendere forma, a definirsi: la prima coreografia da imparare, la scadenza per impararla, la data dello spettacolo, la seconda coreografia, il costume... 
Tutto ha finalmente preso corpo, per confluire in una realtà che ha, alla fine, portato tutte noi (35 provenienti da diverse parti d'Europa e degli Stati Uniti), sul palco a Bruxelles, con Suhaila per reiterare la vitalità di questa idea, di questa visione: Bal Anat. Perchè Bal Anat è uno spettacolo nato in un epoca in cui tutto sembrava possibile, più libero, più bello e riuscire a mantenerlo vivo oggi, in cui tutto sembra segnato da divisioni, paura dell'altro, del confronto, era una sfida. Invece con la visione e l'impegno di Maelle e Suhaila, siamo riuscite a mettere insieme sul palco danzatrici di due continenti per rappresentare una delle eredità più longeve nella storia della danza orientale. 
Oggi il messaggio e la bellezza di questo spettacolo va oltre la bellezza della danza in sè, oggi in questi tempi, questo spettacolo parla di apertura, condivisione di saperi ed esperienze, accettazione accoglienza dell'altro, ma anche impegno e duro lavoro, rispetto per la visione di danza di Jamila e Suhaila Salimpour, ma soprattutto rispetto per noi stesse, rispetto per le nostre potenzialità e capacità, rispetto per i nostri sogni. 
Questo è per me soprattutto la danza: crescita tecnica ma soprattutto personale. 
Questa esperienza, fare parte di Bal Anat, essere parte di una delle tribe che la compongono, mi ha insegnato molte cose su me stessa e sarà per me sempre non solo un bel ricordo, ma uno stimolo vivo e costante di cosa possiamo realizzare se davvero ci mettiamo in gioco e cerchiamo di essere "the best dancer/person you can be". 

Per leggere l'articolo di Jamila Salimpour nella mia traduzione italiana Articoli di Jamila Salimpour
per gli articoli originali http://www.salimpourschool.com/resources/
L'organizzatrice dell'evento è stata Maelle Quintart danzatrice belga e studente della scuola Salimpour https://www.facebook.com/maelledanse

martedì 11 ottobre 2016

E' un classico!!??

Ciao, eccomi qua di nuovo per lasciar scorrere un po' di pensieri e riflessioni in libertà sulla Danza Orientale.
 In quest'ultima settimana si sono insinuate spesso alcune parole nella mia vita di danzatrice: Tradizione, classico, autentico, folklore, stile, tutte parole non esclusivamente pertinenti alla danza, ma che anche nella danza trovano una loro collocazione. Sono parole importanti, che delineano concetti, che formano mondi, ma anche a volte pregiudizi e preconcetti, tentativi di "ingabbiare" in una visione statica una pratica che per sua stessa natura è dinamica e in costante cambiamento. Oggi vorrei solo proporvi degli spunti di lettura o un diverso punto di vista, nessuna certezza, solo condivisione.

La Danza Orientale, (in senso molto ampio quell'insieme di danze che sono praticate a vari livelli in "Medio Oriente"), ha una storia documentata relativamente giovane, spesso sistematizzata al di fuori del suo ambiente originario, (ma di questo parlerò in un altro post), che ha portato con se alcune supposizioni o interpretazioni, con il tempo diventate assiomi. Ci troviamo così a discutere di cosa sia "Classico", qual'è la vera danza "Autentica", quale sia la "Tradizione" e il "Folklore/folclore". Come "etichettare" le nuove evoluzioni, che sono sempre presenti nella storia di tutti i movimenti danzati. Chi mi conosce sa che credo profondamente nel valore delle parole e nel loro uso "consapevole", ma credo sia anche importante mantenere uno sguardo d'insieme quando si parla di un mondo fatto di migliaia di interpretazioni diverse, tante quante forse sono le praticanti di questa danza.

Oggi quindi non intendo svalutare il significato delle parole che ho citato, ma piuttosto vorrei mettere in prospettiva il loro valore rispetto al mondo attuale della Danza Orientale e alla storia di questa nostra danza. 
Tradizione: Il complesso delle memorie, notizie, testimonianze, sia scritte che orali, trasmesse da una generazione all'altra. L'insieme degli usi e costumi trasmessi da una generazione all'altra, fino a costituirsi in regole. Entrambe queste definizioni hanno un presupposto importante alla base, la TRASMISSIONE da una generazione all'altra di usi, notizie, che con il tempo acquisiscono valore e si trasformano in punti saldi, per le società, per le nazioni ma anche per le persone. Ma le tradizioni non nascono "antiche" ma lo diventano con la sedimentazione nelle generazioni che si susseguono. Questo credo sia importante ricordare, quando usiamo questa parola nel contesto della Danza Orientale, ciò che oggi è una tradizione è tale perchè lo è diventata con il tempo e paradossalmente una tradizione sopravvive solo se resta viva nella società in cui si insedia. 
Classico: Di altissimo valore culturale e artistico, tanto da poter essere preso a modello. Opera o autore rappresentativo di una determinata epoca o cultura. Anche questa è una parola molto importante, perchè ci aiuta a mettere un po' di ordine nella storia e nelle notizie che costellano il mondo della Danza Orientale, ma anche qui è utile secondo me, mettere il termine in prospettiva, ciò che oggi noi etichettiamo come classico, spesso "a suo tempo" era una innovazione, se non addirittura una rivoluzione artistica e/o culturale, penso ad artisti come Abdel Wahab, oggi annoverato tra i "classici", ma che a suo tempo invece propose cambiamenti e sconvolgimenti da molti considerati non in linea con la Tradizione della musica Araba. Oggi le sue canzoni sono un Must da conoscere per ogni danzatrice che si rispetti.
Folklore/folclore: L'insieme delle tradizioni popolari e delle loro manifestazioni in quanto oggetto di studio o di interesse. L'aspetto più superficialmente pittoresco di un ambiente o di una situazione. Di questa parola è interessante anche l'etimologia, parola inglese composta di due parole Folk: popolo e Lore: dottrina. Anche questa è una parola che compare spesso nel nostro mondo della Danza Orientale, proprio perchè è una danza che si è sprigionata dal basso, dalla gente, ed è stata "sistematizzata" solo in seguito. Anche qui però, è necessario ricordare che è un termine che può raccogliere in se molte manifestazioni, a volte vicine a volte invece molto lontane dalla "dottrina del popolo". In particolare quando parliamo di Danza Orientale e Folklore dobbiamo ricordare che la danza "popolare" quando è portata sul palcoscenico subisce degli adattamenti, perchè per loro natura le danze popolari non sono nate per essere "guardate" ma per essere danzate, sono di solito quindi composte da strutture semplici e ripetitive, codici motori famigliari e facilmente acquisiti dalle persone che vi partecipano. quando la stessa danza viene "esposta" ad un pubblico non può mantenere la stessa struttura, che risulterebbe poco interessante a chi non partecipa ma guarda soltanto, ma subisce alcune alterazioni (più o meno importanti), viene "Teatralizzata" resa adatta ad una visione passiva e non più alla partecipazione attiva. Questo mutamento non significa necessariamente che abbiamo "tradito la tradizione", ma piuttosto che, nella danza e nelle sue declinazioni è importante conoscere e riconoscere stili e tradizioni, ricordandosi che però tutto ha senso se contestualizzato.  
Oggi vi lascio così, con tutte queste parole e idee con cui giocare, costruire, approfondire, e con una frase di una canzone che ogni volta mi sale alla mente quando penso alla storia e alle tradizioni: "If you know your history, then you will know where you're coming from...".

Definizioni tratte da: Nuovo Devoto Oli Compatto. Dizionario della lingua italiana. Le Monnier
Testo canzone "Buffalo Soldier" Bob Marley.